Da Muggia a Muggia Vecchia
 
La via più breve per salire a piedi da Muggia al Parco di Muggia vecchia (0,40 min) è percorrere la salita Ubaldini che inizia a pochi metri dalla galleria stradale in prossimità della Biblioteca comunale. Il percorso si snoda in mezzo alle case fino ad una scalinata in pietra arenaria, recentemente rimodernata,  che termina alla chiesetta di San Sebastiano (San Bastian). Come riporta Giorgio Crevatin la chiesetta è stata voluta molto probabilmente  da un podestà di Muggia che nel 1446, per sottrarsi all’epidemia di peste, si era trasferito con tutta la sua famiglia proprio in quella zona.
Dopo la costruzione la chiesetta diventò la “cesa de mezo” di un percorso penitenziale, già conosciuto come la “strada del perdòn”, che dal Duomo di Muggia saliva alla “Madonna de Muja Vecia” dispensatrice di numerose grazie.
Si continua a salire per la strada asfaltata fino ad incrociare la salita Muggia Vecchia. Dopo pochi metri si notano i resti della Porta ……. e si entra nel vecchio abitato. 

 


Dal Parco di  Muggia Vecchia alla Baia di San Bartolomeo sulla Traversata muiesana

Si esce dal Parco sulla strada in direzione di Chiampore superando i resti della Porta di Santa Caterina che chiudeva a ovest l’abitato medievale, è la porta più vicina al parcheggio. Dopo pochi metri si svolta a destra e subito dopo a sinistra per una stradina che attraversa il versante nord-occidentale del Monte San Michele. L’area è in via di urbanizzazione,  ma si notano ancora gli ultimi vecchi  campi dove, fino agli anni ’60, si pascolava e si coltivava frumento, granoturco, fagioli, uva, aglio, frutta di stagione, meloni e piselli.  I ricercati  “bisi de Muja” arrivavano in mercato a Trieste già a fine marzo - inizio aprile. Al civico 20/c si scende decisamente verso Zindis dove si stacca l’architettura ottocentesca della Villa del Principe, che fu dell’arciduca Lodovico Salvatore d’Asburgo Lorena, uomo di vasta cultura e grande esploratore –botanico del Mediterraneo che qui visse per lunghi periodi dal 1876 al 1914.
Oltrepassata la strada principale si segue un tornante e si imbocca, davanti a una delle querce più antiche e di notevoli dimensioni della zona, una stradina bianca che si inoltra pianeggiante in mezzo alle case. A lato dell’edificio che ospitava nel passato un ristorante è visibile l'entrata a un bunker. Si tratta dei resti della Batteria n. 2 del  sistema difensivo del porto di Trieste e dei sottostanti cantieri di S. Rocco (oggi porto nautico), che costruivano navi da guerra per la Marina austriaca. La Batteria fu  costruita tra il 1858 e il 1864, ospitava cannoni a lunga gittata e si integrava con le altre zone fortificate della zona.  
Dopo pochi metri dal bunker inizia il “Bosco dell’Arciduca” in quanto trattasi di un’ex pertinenza della Villa soprastante.  Le querce compongono il bosco naturale dell’intero versante assieme al carpino nero, all'orniello, all'acero campestre, alla sanguinella e al ligustro. A queste specie si associano altri elementi mediterranei come l'asparago selvatico, la robbia selvatica, la madreselva, l'emero, lo scotano, il rovo, la vitalba e il geracio ombrellato. Nelle zone più umide si forma al suolo una copertura densa di edera mentre, dove c'è una maggiore quantità di luce, il tappeto erbaceo è costituito principalmente da sesleria argentina. Nel bosco, su un impluvio del bacino del rio Ronchi in cui scorre l'acqua solo dopo intense piogge, è stata costruita nel 1899, come riporta la data incisa sulla parete, una cisterna che riforniva il sottostante lavatoio che veniva utilizzato dal personale dell’arciduca per il lavaggio di indumenti, di lenzuola e di altre attrezzature.
Il bosco è interessato da altri corsi d’acqua occasionali che hanno il compito di scaricare l’acqua piovana verso il mare. In alcuni tratti sono ancora visibili i lavori eseguiti per la regimazione idraulica come briglie, ponticelli e altre murature in pietra arenaria, purtroppo in parte crollate. Il nome Ronchi-Ronk (da roncola, piccolo falcetto) ricorda un luogo in cui, per consuetudine, si tagliavano periodicamente gli alberi. Si continua sulla stradina per giungere su un pianoro, probabile testimonianza di livelli marini superiori a quelli attuali. L’area è caratterizzata da una prateria dagli intensi profumi primaverili, coltivata e sfalciata nel passato per il recupero del foraggio. E’ composta da suoli a tessitura fine di tipo argilloso o argilloso-limoso, che permettono lo sviluppo di alte graminacee. Il denso feltro superficiale delle loro radici riesce a catturare rapidamente l’acqua delle brevi precipitazioni estive. Accanto alle graminacee crescono frequentemente nello strato
erbaceo altre specie caratteristiche delle praterie e anche delle specie arbustive e cespuglieti. Sono presenti anche molte specie geofite, tra cui 14 specie appartenenti alla famiglia delle Orchidaceae. Tra gli uccelli è facile notare il canapino, il calandro, l’occhiocotto, la capinera, la sterpazzola, la sterpazzolina, il merlo, il zigolo nero, il zigolo muciatto, lo strillozzo. Nel bosco circostante, che sta invadendo i vecchi coltivi, è facile osservare le piste del capriolo, della volpe e anche del tasso. Numerose spiumate e resti di pasto segnalano la presenza di uccelli rapaci. In prossimità di alcuni ruderi sono presenti dei lecci, querce sempreverdi, piantati artificialmente. Nel passato le ghiande di questa quercia venivano utilizzate per l’ingrassamento dei suini. Altre piante di leccio sono nate spontaneamente sul versante. Dal pianoro c’è la possibilità di scendere al mare presso il molo “T” e a Porto San Rocco. Si risale il versante verso San Floriano su una pista lasciando alla sinistra un cipresso isolato per raggiungere il Forte Olmi e una pineta a pino nero che lo circonda. Questa pineta artificiale, conosciuta con il nome “Bosco della Fortezza”, veniva indicata dai medici muggesani come ottimo "ricostituente" per le malattie respiratorie in quanto invitavano i loro pazienti a frequentarla al mattino, quando dal mare si alzava una brezza, che favoriva la diffusione delle proprietà balsamiche delle piante resinose.
Il Forte Olmi era uno dei punti strategici di difesa del porto. Era cinto da un fossato e vi si accedeva da un ponte levatoio di cui rimangono ben visibili i due pilastri laterali sulla stradina che collega San Floriano a Chiampore. Ospitava cannoni, mortai e cannoncini. Le polveriere portano la data del 1864. Fu abbandonato già prima della prima guerra mondiale e riutilizzato dalla Milizia per esercitazioni militari negli anni Trenta ed utilizzato come postazione antiaerea nella seconda guerra mondiale quando al suo interno fu costruita una casermetta, oggi abitata.
Dal Forte si scende il versante verso il mare e la baia di San Bartolomeo. Sparsi nelle campagne vecchi ulivi del cultivar autoctono Bianchera e resti di vigne. Dal Lazzaretto, realizzato a metà del XIX sec. per la quarantena dei marinai e oggi base logistica dell’esercito, si prosegue a sinistra verso il porticciolo che si apre sulla baia che conserva alcuni moli e peschiere romane sommerse (bus 7 per Muggia -1,30 ore di escursione).


 

Suggerimenti bibliografici
AA. VV.,  2008, Sui sentieri della penisola di Muggia. Giornate dell’agricoltura, pesca e forestazione
Brichetti P., Benussi E., 1995,  Analisi delle comunità ornitiche nidificanti e valutazione ecologica del territorio dei comuni di Trieste, Muggia e San Dorligo della Valle. (Prima fase). Osservatorio Faunistico di Trieste, Trieste.
Caroli A., 1998, Guida di Muggia antica e moderna, La Mongolfiera Libri, Trieste.
Casagrande L., Codogno M., 2003, La vegetazione forestale tra Punta Ronco e Punta Sottile da Quanto vale la costa muggesana? La parola agli esperti - Sala Millo 25.1.2003, Muggia
Crevatin G., 2011, La chiesa di San Sebastiano in Muggia d’Istria, Muggia
Pobega F., Stener F., Tercovich F., 1992, Da Muggia a Lazzaretto – Passeggiata storico-naturalistica attraverso i colli di Muggia, da Alpi Giulie secondo semestre, Società Alpina delle Giulie – Sezione del CAI di Trieste,  Trieste
Tomasi E., 1991, L’Itinerario Paola Rizzi – Itinerario storico naturalistico a Muggia, Edizioni Italo Svevo, Trieste.